Nelle
arti, e soprattutto in poesia e in musica, la distinzione tra il popolare,
e l elaborazione colta è tanto inevitabile quanto sfuggente.
Il secondo elemento si trova, lo dichiariamo con un`ombra di riserva,
allo stato puro in casi estremi; il primo, quasi mai, poichè
la stessa necessitą di trasmissione e di esecuzione implica procedimenti
colti. Per quanto riguarda l'area linguisticamente italiana, la realtą
è complicata dall'estrema diversificazione etnica e dialettale,
che, come ha scritto il sommo Gerhard Rohlfs, non ha l`uguale in alcun'altra
area europea. Il canto popolare della fascia alpina, dalla Val d`Aosta
al chiudersi ad arco delle Alpi Giulie verso Tarnova, spicca rispetto
alla musica etnica di altre regioni italiane (molto meno interessante
sotto l'aspetto estetico e spesso trasmessa in veste artefatta e spuria)
per un carattere: l'invenzione della linea melodica originaria che
è, di per sè, il terreno adatto allo sviluppo di un`
invenzione armonica mai dozzinale, mai scontata. Se per esempio, il
canto popolare campano o calabrese o siciliano difficilmente ci offre
il frisson di una modulazione inattesa, il canto alpino modula continuamente
con perizia e in modo inaspettato e, lo ripetiamo, le premesse sono
tutte nella melodia che individuiamo nel basso, e talora anche in
quella della voce superiore. Ne consegue la diversa qualitą di presenza:
mentre al di fuori della propria specifica area regionale, dove viene
ancora (molto saltuariamente e sempre in forme addomesticate) eseguita,
la musica etnica nata nelle zone pianeggianti e peninsulari d'Italia
è oggetto quasi esclusivo degli studi etnomusicologi, ed è
ignota epersino ostica agli ascoltatori di altre regioni, il canto
della fascia alpina
è celebre in tutto l`ambito nazionale ed è l`unico che
lo sia in tal misura. A questa prima considerazione affianchiamo un`altra:
lungo l`arco alpino, il semiarco comprendente le Alpi Tridentine,
il Cadore e le Alpi Carniche e Giulie ha prodotto una vocalitą e una
coralitą autoctone la cui affinitą strettissima con la coralitą semipopolare
e simicolta dell\area mitteleuropea nel suo insieme è d`immediata
evidenza. Un ascoltatore distratto, ascoltando una delle due piu`
illustri formazioni trentine, il Coro della SAT e il Coro Valsella
oppure la Corale di Tapogliano rappresentativa del Friuli Venezia
Giulia, e, subito dopo, una corale di Praga o di Maribor o di Temesvar/Timisoara,
potrebbe credere di sostare nello stesso ambito poetico, armonico,
didattico e culturale. Per secoli, noi mitteleuropei abbiamo cucinato
gli stessi cibi e danzato le stesse danze e cantato le stesse musiche
corali pur battezzando il tutto con nomi da zona a zona diversi, e
abbiamo finto di non avvertire tale consanguineita`, si da combatterci,
a volte, con ferocia. Oggi, dopo avere riscoperto la fraternita` tra
mitteleuropei, ossierviamo che questa comune "fisionomia di famiglia"
e` un ulteriore punto di forza. Ed ora, una terza considerazione,
ancora piu` specifica: se nel semiarco orientale della fascia alpina
isoliamo il segmento trentino, riconosciamo nei canti fioriti in questo
tratto di percorso culturale un talento armonico assolutamente superiore
e un`intensita` poetica assolutamente senza confronti. Ecco perche`,
fra tutti i canti alpini gia` di per se` vincenti rispetto a diverse
espressione regionali d`Italia, quelli trentini posseggano, in piu`,
il meritato privilegio di avere conquistato fama internazionale, dilagata
in tutti i contimenti.
Quirino Principe
ex Direttore Artistico del Teatro La Scala di Milano